“Buying up the world”.
Così il titolo in prima pagina di The Economist di questa settimana. Lo accompagna un’ironica e alquanto inquietante immagine di un Mao inespressivo mentre porge una mano carica di dollari oltre la cornice del quadro entro cui è racchiuso.
Non potendo contenere il mio commento in un numero di battute consono ad un post, ho pensato di dividerlo in due parti. Questa che state leggendo è la prima, a cui seguirà una seconda domani.
L’Economist di questa settimana è particolarmente ricco e interessante, sicché mi verrebbe voglia di parlare di più o meno tutto ciò che vi si trova nell’indice. Consiglio a tutti di acquistarlo, ne vale la pena. Rimaniamo però alla Cina: è più che abbastanza. Leggendo l’articolo principale di questo issue, ho notato come alla sempre acuta analisi da parte dell’Economist sia sfuggito un importante dettaglio. Prima occorre però trovare una base comune tra chi scrive e i lettori. Riassumerò quindi l’articolo a cui faccio riferimento
L’articolo a pg. 11, “China buys up the world” (ricordo a chi non legge l’Economist che una delle particolarità della rivista è l’anonimato degli articoli) ha un sottotitolo eloquente: “And the world should stay open for business”. Vediamo perché.
La Cina sta investendo il suo enorme capitale monetario in acquisizioni societarie all’estero. (Aggiungo io: ognuno di noi, anche nel piccolo, lo può testimoniare. Chi non conosce un bar o un negozio gestito da cinesi, magari acquistato ad un prezzo elevatissimo e senza battere ciglio, soldi sull’unghia? Si pensi alla stessa cosa, ma ad un livello ben più alto: multinazionali, grandi banche ecc… Ma torniamo all’articolo). Le aziende cinesi si stanno globalizzando per le solite ragioni: “acquire raw materials, get technical know-how and gain access to foreign markets”. Nulla di strano fin qui. Come infatti leggiamo nelle primissime righe “In theory, the ownership of a buisiness in a capitalist economy is irrelevant”. Il mercato è libero e ognuno è libero di vendere o compare quando e cosa gli pare. Non è una novità.
Tuttavia stanno crescendo nervosismo e paura legate a questo trend, al fatto che “China’s state-owned firms are on a shopping spree”. L’opposizione dei Paesi occidentali, USA in primis, è palpabile, perché, si pensa, le aziende di stato cinesi (e che Stato…!) finiscano per dominare il capitalismo globale, assicurarsi risorse energetiche fondamentali, costituire una minaccia alla “national security”.
L’anonimo redattore dell’Economist esprime un giudizio: “That would be a mistake” offrendo una triplice motivazione: 1- “China is miles away from posing this threat: most of its firms are only just finding their feet abroad” 2- “Even in natural resources[...] it is not close to controlling enough supply to rig the market for most commodities.” 3- “Nor is China’s system as monolithic as foreigners often assume. State companies compete at home and their decision-making is consensual rather than dictatorial”. Aggiunge, inoltre, che se anche le aziende cinesi stessero effettuando queste acquisizioni non per puro profitto ma per aumentare il potere politico della Cina, finché ci saranno altre società in grado di soddisfare i bisogni del consumatore non cambierebbe nulla. Infatti, poniamo che la Cina acquisisca società legate alla produzione di energia: in un mercato concorrenziale e libero il consumatore può sempre scegliere altri fornitori. E se la Cina “throws subsidised capitals around the world, that’s fine”, perché America e Europa possono sempre usarli, questi soldi.
L’articolo si conclude quindi con una frase che esprime il giudizio negativo dell’Economist circa le preoccupazioni protezioniste di America e Europa e demistifica l’idea secondo la quale la Cina sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale e alle democrazie occidentali: rifiutare le advances della Cina sarebbe cioè un disservizio alle generazioni future, nonché un giudizio profondamente pessimista sulla fiducia che il capitalismo ripone in se stesso.
Insomma, l’Economist riesce sempre a non dare alcunché per scontato e a proporre tesi intelligentemente controcorrente. E benché molto spesso abbia posizioni lontane dalle mie, questo solo fatto lo rende una delle mie letture preferite, così diversa dal provincialismo di molta stampa italiana, la quale spesso si pregia di essere “controcorrente” per il puro piacere di esserelo, senza minimamente capire che non è essere controcorrente che porta all’intelligenza, bensì che è l’intelligenza che porta, inevitabilmente, ad essere controcorrente. Un dettaglio apparentemente minuto, ma centrale. Ancora una volta, abbiamo solo da imparare.
Digressioni a parte, torniamo alla questione di cui ci stiamo occupando. Le tentazioni protezioniste, da parte di un potere in declino (quello americano ed europeo intendo) possono sembrare un antico e superato rimedio vòlto a conservare una supremazia politico-economica minata dalla libertà del mercato. Quella medesima libertà così difesa ed esportata dai medesimi Stati Uniti. Sembra quindi che la dottrina capitalista accusi brusche frenate correttive a seconda delle circostanze.
Io invece credo che aver fiducia nel libero mercato sia la migliore arma contro il dispotismo cinese. Anzi, dirò di più: l’espansione dell’economia di mercato cinese, se sul breve periodo possiede l’ombra della minaccia, potrebbe al contrario rivelarsi determinante nel progresso della democrazia. In altre parole: non cedere al protezionismo può creare le basi della democrazia in Cina, può cioè creare una “libera Cina in libero mercato”. Ma ad una condizione.
Allora, com’è che non dovremmo avere paura dell’espansione cinese ma, in un certo senso, supportarla? Com’è che l’espansione cinese potrebbe portare democrazia? Qual è questa condizione?
Be’, abbiate pazienza fino a domani: segnatevi un promemoria, tornate a leggere questo blog e lo scoprirete.
continua…
L’articolo dell’Economist a cui faccio riferimento ha anche un’edizione elettronica che può essere letta qui
Commenti recenti