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Glottodiversity

Glottodiversity diventa www.giacomolombardi.com

Care amiche, cari amici:

Glottodiversity si trasforma. Diventa www.giacomolombardi.com

In questi anni sono cresciuto e cambiato e, assieme a me, è cresciuta e cambiata la mia attività. Glottodiversity aveva finito per diventare altro: da un sito di linguistica a un blog personale di commenti, riflessioni, fotografia. Le premesse originali si erano snaturate. Questo è avvenuto perché, per fortuna, col passare del tempo sono sempre meno un linguista e sempre più… e chi lo sa? La vita è bella perché si cambia, no?

Ad ogni modo, ora ho bisogno di un sito vero e proprio per promuovere il mio lavoro. www.giacomolombardi.com, appunto. Siate clementi, perché il nuovo sito è appena nato (ha meno di ventiquattro ore di vita) e manca ancora di molto. Ma si arricchirà, ve lo prometto. Anzi, sarà migliore e più ricco di Glottodiversity:  perché sarà al contempo un sito personale e un blog, pieno di articoli e gallerie fotografiche. Continuate a seguirmi e a commentare i miei post!

Un caro saluto e… arrivederci a tutti su www.giacomolombardi.com

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La sacra famiglia postmoderna

Qui potete leggere la vicenda che ha mosso questo post.

Il presepe postmoderno crea sempre qualche problema agli arredatori d’interni in Vaticano. I quali, avendo adottato come libro di testo il Palinsesto Ratzingeriano Vaticano Latino xxx 666, propugnano una tenace resistenza contro certi canoni moderni extra moenia.

Quindi il Collegio dei suddetti Pontifici Costruttori di Presepe Certificato D.O.V. (Denominatio Originis Vaticanae) trovano “inaccettabile” che la Corte di Cassazione abbia autorizzato la costruzione del siffatto Presepe: una Maria single, niente S. Giuseppe (che, in questa storia, proprio non si è fatto vedere) e un Gesù Bambino femmina nonché russa. La Cassazione ha inoltre invitato a legiferare, affinché si sani un vuoto legislativo (di per sè le adozioni a genitori single sono già prevista dalla Convenzione di Strasburgo del 1967 firmata anche dall’Italia) e si metta al passo coi tempi la normativa delle adozioni: per la Cassazione, i tempi sono maturi affinché anche i single possano adottare.

Così, dopo  le proteste del Collegio dei Pontifici Costruttori di Presepe Certificato, anche il PDL è insorto, definendo la richiesta della Cassazione una “invasione di campo”.

C’è un piccolo problema: come tutti sanno, tra le fonti di produzione del diritto vengono anche annoverati “gli usi e le consuetudini”. E cosa saranno mai? Non saranno forse, questi “usi e consuetudini”, una figura della società nella sua veste più avanzata, genuina, vera? Non si aspetta forse la società che tali “usi e consuetudini” vengano riconosciuti per quello che sono, ovvero l’immagine non distorta della vita dei nostri giorni? E non sarà forse che tra gli “usi e consuetudini” del popolo italiano qualcosa sia cambiato in questi decenni, una cosa che i Pontifici Analisti chiamano “crisi della famiglia” e che, in realtà, è un allargamento del concetto di famiglia?

L’affetto umano si concretizza nelle strutture sociali e antropologiche disponibili in un dato tempo. Capita, alle volte, che un mutamento renda non più sufficienti o non più facilmente accessibili le strutture nelle quali questi sentimenti prendevano vita un tempo. Il venir meno della famiglia tradizionale, fatta da un padre e una madre, la famiglia del Presepe Vaticano, non è un venire meno della famiglia in quanto tale. Piuttosto è un venire meno, per ragioni storiche tutte da studiare, di una struttura sociale. Assieme ad essa non viene certo meno l’amore e il desiderio di continuità della specie, sentimenti che l’uomo ha necessità di realizzare nel mondo all’interno di riconosciute strutture sociali. La famiglia tradizionale è sempre meno disponibile, vuoi per la difficoltà di trovare un partner stabile nella precarizzazione delle nostre vite, vuoi per lo scadimento qualitativo delle relazioni interpersonali del nostro tempo, vuoi per il rifiuto, da parte di gay o lesbiche, di accettare di diventare mariti o mogli “regolari” solo per evitare l’oppressione di una sanzione sociale a causa della propria diversità.

Di qui il conflitto: avere un sentimento, un’aspirazione, e non trovare il modo di concretizzarlo nel mondo: non potersi legare (sentimentalmente e legalmente) alla persona amata perché dello stesso sesso, non poter vedersi concessa l’adozione di un bambino perché si  è single. Perché, queste, non sono “famiglie”.

Il dolore privato, molto spesso, è creato dalla mancata ricognizione degli “usi e consuetudini”, dalla discrepanza tra la vita reale di una società e la legge che la regola. Tanto più forte è la lontananza tra le due, tanto più forte sarà il dolore e il senso di oppressione.

E, prima o poi, tanto più forte sarà la voglia di protesta.

Qui potete leggere la vicenda che ha mosso questo post.

Chi di spada ferisce

Sì al rito immediato. Berlusconi verrà processato il 6 aprile da un collegio di sole donne. L’accusa: concussione e prostituzione minorile. La conferma dopo che è stata stabilita l’evidenza della prova (c’era forse qualcosa di poco evidente?).

Leggi l’articolo completo su ansa.it

Silvio Berlusconi

Al-Indiferenzah

Nasce oggi una nuova testata giornalistica in lingua italiyanah:

Al-Indiferenzah: Cronache dall’Emirato di Al-Italiyya.

Il bollettino di oggi: le proteste che stanno infiammando il Nord Africa, dopo aver abbattuto il regime del tunisino Ben Alì, pongono termine al potere di un altro personaggio, il cui regime sembrava non dovesse aver fine: l’egiziano Hosni Mubarak. Aumenta la tensione nella Striscia di Gaza, ove ora Hamas teme l’estendersi della rivolta, così come aumenta la tensione in tutto il Nord Africa, il Medio Oriente e la Penisola arabica, dal Marocco alla Siria allo Yemen. Solo un Emirato sembra rimanere immune dal “contagio”: l’Emirato Al-Italiyya. Al-Indiferenzah ha provato a intervistare un tipico suddito del sultanato nella capitale del Nord, Al-Milaniya.

Salam aleik! Secondo Lei, perché il nostro rispettato Emirato è lontano mille anni luce dalla rabbia civile e morale, dallo scatto di orgoglio e dalla presa di coscienza che sta facendo esplodere l’Egitto? Non Le sembra questo un triste e desolante parallelo dal momento che condividiamo gran parte dei problemi economico-sociali di quei Paesi? Non le sembra uno scandalo la totale apatia dei sudditi del nostro Emirato Al-Italiyya? <<Uela Alì Babà! lassem andà che chi semm minga in Nord Africa!>>.

Appunto.

I due sultani

L’importanza di partecipare: un’indagine-sondaggio di Arciragazzi

Partecipare attivamente alla vita sociale e civile è una necessità che avverto vieppiù pressante e centrale nei miei pensieri. La partecipazione, assieme ai legami sentimentali,  è la sola cosa che mi fa sentire veramente vivo e che avverto come un dovere esistenziale, ancor prima che morale.

Un’indagine-sondaggio di Arciragazzi ci permette di fare il punto sullo stato della nostra vita partecipativa. Compilare il questionario serve a loro, ma serve anche a noi. Ogni tanto serve che qualcuno ti costringa a metterti allo specchio.

Alla pagina  http://partecipazione.limequery.org/96343/lang-it troverete il questionario appena citato. Richiede solo un quarto d’ora di impegno e le domande sono semplici e dirette.


Sito di Arciragazzi:  http://www.arciragazzi.it/

Pierre et Alexandra Boulat 100 Photos - Una mostra al Petit Palais, Parigi

Al Petit Palais (Avenue Wiston Churchill, Parigi, 8° arrondissement) è in corso, fino al 27 febbraio, un’esposizione, promossa da Reporters sans Frontières, di cento fotografie di Pierre e Alexandra Boulat, padre e figlia, entrambi importanti rappresentanti di due generazioni del fotoreportage.

Alexandra BoulatL’ingresso è gratuito. Dopo aver sceso la scalinata che conduce al piano inferiore, troviamo una sala che accoglie la mostra. L’illuminazione è buona: penombra in sala, pareti scure, occhio di bue su ogni singola stampa, ognuna di generose dimensioni e incorniciata senza vetro. L’insieme di questi fattori permette una visione piacevole, senza i soliti fastidiosi riflessi che impediscono di godere appieno delle opere esposte. Inoltre lo schema di illuminazione consente di concentrarsi sulle fotografie piuttosto che sull’ambiente circostante.

Buona anche l’organizzazione tematica: si hanno sezioni come “Mariage”, “Afghanistan”, “Femmes” ecc… rese interessanti dall’accostamento delle fotografie di Pierre Boulat e di sua figlia Alexandra quando queste trattano indentici temi. Si può così ad esempio avviare un percorso che parte dai matrimoni tradizionali della provincia francese, indagati da Pierre negli anni Quaranta e Cinquanta, per giungere ai matrimoni afghani di cui si è occupata Alexandra.

Unica pecca sono le dimensioni dello spazio espositivo: in una sola stanza cento fotografie riescono un poco affastellate, nonostante la precisa e intelligente divisione per temi eviti il rischio della confusione. Avrei tuttavia preferito un’organizzazione più ariosa dello spazio.

Venendo al merito dei contenuti, la mostra merita decisamente una visita. Anche due, dal momento che è pure gratuita. Lo stile di Alexandra Boulat è scarno e asciutto, rifugge un certo estetismo che spesso si rende manifesto nel lavoro di molti altri fotografi. La Boulat offre immagini che raccontano, mostrano cose e persone in maniera piana, semplice; forti richiami iconici allo stile classico del reportage. Questo stile visuale discreto, naturale, avvalorato dalla scelta del colore invece del bianco e nero, obbliga a “vedere”, a cercare nelle immagini che si presentano così facilmente ai nostri occhi, un senso e una storia umana. A quel punto, solo a quel punto, ci si accorgerà del valore grafico e lineare della composizione, dei campi di colore, dei contrasti cromatici e gestuali, delle proporzioni: il dato estetico-visuale, centrale per ogni tipo di arte visiva, è nelle foto della Boulat un mezzo apparentemente spostato in secondo piano che non soverchia il dato narrativo-giornalistico. La forma non solo sostanzia l’immagine, ma ne potenzia il racconto. Forse è questa una delle migliori qualità del lavoro di Alexandra Boulat e di suo padre Pierre Boulat, insieme all’attenzione per il dettaglio, una dote spiccatamente femminile.

Importante: prima di uscire, non mancate di acquistare l’album di Reporters sans Frontières, dedicato alla mostra e della quale costituisce un bel catalogo completo. Costa 9.90 euro (di contro ai 35 del catalogo ufficiale). Il ricavato serve a finanziare le attività di Reporters sans Frontières, associazione che si batte per la libertà di stampa e di parola. Dato inoltre che la mostra è gratuita, credo che spendere 9.90 euro nell’acquisto dell’album sia almeno dovuto.

Informazioni pratiche: Petit Palais, Avenue W. Churchill. Linea 1 oppure 13 della metropolitana, fermata Champs Elysées Clemenceau. Apertura: da martedì a domenica h 10-18, chiuso il lunedì e i giorni festivi. Personale di sala competente, elegante e gentile.

Sito del Petit Palais

Sito di Reporters sans Frontières

Expolangues 2011, Parigi

Per chi ama le lingue e il linguaggio, dal 2 al 5 febbraio 2011 potrà trovare una insolita esposizione fieristica: al Padiglione 5.2 del Paris Expo, Porte de Versailles, Parigi, un’iniziativa creata per promuovere l’apprendimento delle lingue, difendere il plurilinguismo e gli scambi internazionali.

Expolangues è un avvenimento che esiste ormai da venticinque anni e permette di mettere in contatto il pubblico di professionisti del linguaggio o di semplici curiosi con tutti gli attori del “mercato linguistico”, se così si può dire.

Alla presente edizione di Expolangues sarà ospite d’onore la lingua araba. Considerato inoltre che l’accesso all’Expolangues è totalmente gratuito, credo che a chiunque si trovi a passare per Parigi potrebbe dedicare un paio d’ore a visitare l’esposizione. Sono sicuro che non ne rimarrà deluso.

Piccole informazioni pratiche fornite per voi dal vostro amico Giacomo: per la Porte de Versailles prendere la linea 12 della metropolitana, fermata Porte de Versailles, oppure la linea T3 del tram, identica fermata, ovvero Porte de Versailles.
Sito internet dell’Expolangues: http://www.expolangues.fr/

Storie positive

Voglio segnalare un articolo di Giuseppe Bottero su La Stampa di oggi martedì 18 gennaio 2011:  “Cultura, un business per ventenni”.

Buona lettura


http://www3.lastampa.it/costume/sezioni/articolo/lstp/384834/

V&V: Nichi Vendola a Venezia, 18 dicembre 2010

Ieri Nichi Vendola era a Venezia, Aula Magna dei Tolentini, ore 18:00. Come mio solito lo scopro appena un ora prima. Fortuna volle che non avessi alcun impegno.

Quando raggiungo i Tolentini, la sala traborda di persone, il pubblico continua in corridoio e per le scale e, in cortile, è stato allestito un maxischermo. Dopo i primi interventi, arriva infine il discorso di Vendola: sarà forse perché ero in piedi da un’ora e mezza, stanco, disidratato e spintonato e quindi attento più del solito almeno per dare un senso a siffatte sofferenze, ma Vendola mi è piaciuto. Molto, molto di più di quando appare in televisione - anche qui forse perché, stando io comodamente svaccato su un tiepido divano, sono più prono a cedere al sopore.

Vendola ieri ha saputo presentarsi come leader consapevole di sè, della sinistra e, cosa ancor più meritevole, dei suoi limiti. Ha saputo dare passione e speranza, si è mostrato, finalmente, “politico” come un politico dovrebbe essere, la figura del quale ormai mi ero quasi rassegnato a confinare nel dominio dei sogni.

Si può non essere d’accordo con Vendola su tutta la linea, si potrebbero forse individuare alcune debolezze (e qual è l’uomo politico che non ne ha?), ma resta questo fatto fondamentale: in un periodo così buio e povero nello spirito, nella morale, nella coscienza civile dell’Italia, la nobile testimonianza di Vendola non può che apparire una luce di speranza.

Ritorno con “fiducia”

Dopo una settimana a Parigi in cui ho potuto bellamente dimenticarmi per un po’ delle umane noie, il mio ritorno nel Bel Paese è segnato da un evento italico svoltosi durante il mio soggiorno parigino. Di seguito pubblico un’intercettazione esclusiva:

Le rivelazioni di WikiWeak

Dopo due settimane  di assenza in cui sono stato senza giornali, senza televisione e senza alcun commercio umano, torno a scrivere sul blog meno letto della rete.

Due settimane densa di eventi - quando mai non lo è? Nel mio isolamento, tuttavia, sono stato raggiunto dal clamore suscitato dalle cosiddette “Rivelazioni di WikiLeaks”. “Rivelazioni di WikiLeaks”: una formula giornalistica come tante, una clausola linguistica assunta a etichetta di un evento. La formula “Rivelazioni di WikiLeaks” ci è stata accanto per diversi giorni e, per quanto non mi piaccia parlare di argomenti troppo effimeramente à la page, nondimeno credo che dalle “Rivelazioni di WikiLeaks” si possano trarre alcune considerazioni tutt’altro che effimere.

Ad esempio si die che “Grazie a WikiLeaks abbiamo avuto rivelazioni scottanti”. Falso, le rivelazioni non sono per nulla scottanti, né sono rivelazioni per se. Attendevamo che dalla lettura dei documenti trapelassero verità ben più scomode che non quotidiane burocrazie diplomatiche al lavoro. Così non è avvenuto, per lo meno non ancora, ma a questo punto dubito che rimangano documenti in attesa di essere letti. Le “rivelazioni scottanti” servono a titolare giornali e telegiornali, non ad informare il lettore/telespettatore intelligente. L’unica rivelazione, al di là del contenuto dei files pubblicati, è invece la vulnerabilità dei sistemi di comunicazione riservati. Questa sì che assomiglia un poco di più ad una rivelazione, perchè come è stato possibile a WikiLeaks accedere a documenti riservati, potrebbe esserlo in futuro per altre, meno innocue organizzazioni.

Che poi si creda che il lavoro di WikiLeaks sia un servigio alla democrazia e alla trasparenza, ritengo sia un’ingenuità. Sicuramente pubblicare documenti riservati è “trasparenza”.  Ma non credo sia la trasparenza di cui abbiamo bisogno. Quello che serve è una società in grado di produrre e sostenere meccanismi democratici. Democratici in quanto partecipati e collettivi, non demandati all’iniziativa privata dello scoop.

Inoltre, i documenti pubblicati non erano certo nati per essere “trasparenti”, ma “opachi”. E sarebbe stato giusto fossero rimasti tali. Insomma, WikiLeaks non aggiunge nulla a quello che già sapevamo, non offre un servizio “democratico”. Al massimo, è utile carburante all’audience dei telegiornali, a sentire i quali, dato il baccano, mi sarei aspettato qualcosa in più.

Crisi di rappresentanza

Le elezioni, evidentemente anticipate, si avvicinano. Contestualmente al loro avvicinarsi cresce il sentimento sempre più diffuso di una mancanza di rappresentanza politica. Ci si sente poco rappresentati in quanto classe sociale e in quanto individuo singolo. Vorrei esprimere una considerazione in merito.

Un pilastro portante di gran parte del pensiero politico greco era la consapevolezza che la democrazia mal gestita potesse scivolare nell’anarchia, la libertà nella licenza. La costruzione delle democrazie occidentali nel corso dell’Ottocento e del Novecento ha evitato un tale rischio ricorrendo ad un semplice principio: la rappresentanza. I santi guerrieri che oggi gridano allo scandalo, i Grillo che considerano i partiti e un sistema politico intero come cosa morta, da distruggere, sono forse il peggior incubo delle anime veramente liberali, quale io ho la presunzione di essere. E da bravo liberale allora dico: il sistema politico italiano, attraverso la Costituzione, assicura in teoria un perfetto equilibrio di forze secondo i principi del ricambio, dell’alternanza e della rappresentanza. Se non ci si sente rappresentati la colpa non è certo dei partiti in quanto istituzioni, bensì si tratta di responsabilità dovute a forze interne alla politica troppo prone al bizantinismo, all’immobilismo gerarchico e gerontocratico.

Invece di tutta questa furia clastica, occorrerebbe stabilire una volta per tutte il rispetto delle regole del gioco, e non distruggere il gioco per crearne un altro. Far rispettare le regole, semplicemente: questo sì che sarebbe rivoluzionario e metterebbe in seria crisi “la casta”. Ma i capipopolo non possiedono evidentemente sufficiente intelligenza e lungimiranza per capire la vuotezza insulsa dei loro slogan. Anzi, risultano essere esattamente la stessa cosa di chi vorrebbero combattere. Il pensiero che non dà mai nulla per scontato e la fedeltà alla luce dell’intelligenza sono invece la forza più straordinaria di cui disponiamo: un pugno di ferro in un guanto di velluto. Ma purtroppo l’esercizio di quest’arma è cosa tristemente rara.

E, anch’essa, scarsamente rappresentata.

Liberazione tecnica

“C’è attesa per il dopo Berlusconi”. Cito a memoria un titolo da un qualche quotidiano. Non serve ricordare quale, perché è comparso un po’ su tutti con microvarianti trascurabili (anche questo è chiaro testimonio della magrezza linguistica dei nostri giornali). “C’è attesa”, e nell’attesa molti si fregano le mani, si imbastiscono alleanze e se ne scuciono altre in vista del governo tecnico prossimo venturo, quando finalmente, si pensa, ci sarà il “dopo Berlusconi”.

Come se l’artefice della nostra crisi morale e civile fosse ascrivibile ad un uomo solo, un manipolatore, un pianificatore. E anche chi eleva il proprio livello mentale un poco più in alto e mi dice “Eh già, caduto Berlusconi, rimane il berlusconismo”, non si innalza poi di molto.

Non ci siamo. Mi chiedo fino a che punto, e ormai sono vent’anni, potrà giungere la miopia politica e sociale di chi si riconosce in queste analisi. Costoro non comprendono come Silvio Berlusconi non sia la causa della nostra crisi civile, bensì ne sia solo un effetto particolarmente visibile, accanto a molti altri. Una crisi partita da lontano, una crisi profonda decenni.

Abbattere Berlusconi è quindi, come atto liberatorio, abbastanza irrilevante. Abbattere il berlusconismo, ammesso che qualcuno riesca a darmene un giorno una definizione precisa, è altrettanto abbastanza irrilevante: è un po’ come abbattere un simulacro: si elimina solo la sua presenza fisica. Più rilevante sarebbe forse abbattere la vuotezza accidiosa di chi si ostina a confondere la causa con l’effetto e a non comprendere come le cose che che chiamiamo “Berlusconi” e “berlusconismo” siano in realtà dei meri prodotti di questa nostra crisi morale. Infatti essi non ne sono la causa, bensì solo la sintomatologia. Perché? Perché, anche dopo “Berlusconi” e il ”berlusconismo”, lo stesso motore che li ha prodotti produrrà qualcosa di analogo, produrra un altro simulacro, adatto sia agli idolatri che agli iconoclasti.

L’attesa quasi escatologica nel  ”dopo Berlusconi” è un’ingenuità. Credere nel “berlusconismo” come prodotto di “Berlusconi” è un’altra ingenuità, che giunge addirittura a vedere la formazione di un governo tecnico come una “liberazione” dal male:  è un non comprendere il male vero che sta dietro alle cose. Un male che altro non è se non la nostra miseria morale e ideale: miseria del popolo, miseria degli intellettuali, miseria della classe politica.

E, purtroppo, da tale miseria non potrà liberarci nessun governo tecnico.

Piccioni - Divagazioni veneziane 4

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 Venezia, Piazza S. Marco. 10 novembre 2010

 

Images: (c) Giacomo Francesco Lombardi 2010. Reproduction permitted if the author is indicated.

Legge marziale

Leonardo Muraro, presidente della provincia di Treviso, in seguito all’arresto di alcuni immigrati colti a rubare nelle case alluvionate del Veneto, ha dichiarato che gli sciacalli delle tragedie vanno fucilati sul posto e che occorre la legge marziale e la pena di morte.

Pienamente d’accordo. Infatti gli sciacalli delle tragedie sono anche sciacalli elettorali. Quindi Muraro, in tutta coerenza, potrebbe ben dare il buon esempio: bendarsi per primo gli occhi davanti al plotone.

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Acqua alta a S. Marco, 10 novembre 2010. Ovvero come rimanere bloccati, non arrivare a lezione e… mettere l’occhio dentro il mirino della Nikon per ingannare il tempo. Risultato? Un mini fotoreportage “on the fly”.
 

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Images: (c) Giacomo Francesco Lombardi 2010. Reproduction permitted if the author is indicated

L’India al veto

No, non è un errore di battitura. Avete letto bene: “al veto” e non “al voto”: è la proposta di Barack Obama, che vuole dare all’India un seggio permanente all’ONU, con annesso diritto di veto. Proposta elaborata in occasione del recente viaggio nella succitata terra, in chiara funzione anti-cinese. O, se non anti-cinese, in funzione sicuramente contrastiva. Una proposta appoggiata dal Giappone, che vede erodersi sempre più il suo ruolo di motore dinamico dell’Asia, un ruolo oramai rapito da  Cina, Russia, India.

America e Giappone guardano quindi all’India come ad un possibile alleato. L’unico, dei tre appena nominati, che sia dotato di un sistema democratico.

Nel mio articolo di ieri e di ieri l’altro (Libera Cina in libero mercato parte prima e parte seconda) parlavo di pressioni diplomatiche e strategie geopolitiche che dovrebbero essere messe in atto al posto del protezionismo. Che sia la recente proposta di Obama una di queste pressioni? Staremo a vedere.

Libera Cina in libero mercato - seconda parte

… ricordo che l’edizione elettronica dell’articolo dell’Economist  a cui sto facendo riferimento può essere letta qui. Invece la prima parte del mio post, pubblicata ieri, si trova qui.

Da un punto di vista teorico, è almeno dal 1776 che il mondo occidentale possiede la consapevolezza che il mercato libero, in ogni caso, sia un bene da difendere. Faccio riferimento ad una lettura che, apparentemente archeologica, riesce sempre attualissima: La ricchezza delle nazioni (An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations) di Adam Smith. E già nel 1776 Smith rilevava come il movimento di capitali, anche se mosso da “vizi privati”, poteva nondimeno generare “pubbliche virtù”, grazie agli effetti benefici del libero mercato.

Tuttavia è evidente come il problema cinese non sia solo economico, ma in gran parte geopolitico. Infatti, i “vizi privati”, in questo caso, sono l’imperialismo economico, politico e, si teme per il futuro, militare di una dittatura nucleare e di un miliardo e quasi mezzo di abitanti. Attendere che tali “vizi privati” vengano tramutati dal libero mercato in pubblici benefici richiede davvero una disumana fiducia nei meccanismi regolatori del capitalismo. Anche perché, si pensa, che cosa succederà prima che il “vizio privato” cessi di essere tale? Dovremmo forse lasciare che la Cina si compri il mondo intero? Dal punto di vista di un’America in crisi, è in parte giustificabile una diminuita fiducia nel capitalismo.

L’apetto che però non è trattato nell’articolo dell’Economist è la situazione della democrazia interna cinese, anch’essa largamente dipendente dal libero mercato e dalla fiducia che in esso si ripone. La mia idea è questa: lasciare che la Cina si espanda, se da un lato spaventa, dall’altro costituisce il miglior modo, in un certo senso, per ridimensionare la minaccia cinese.

Mi spiego: tre secoli di storia occidentale hanno mostrato come l’espansione del capitalismo e l’espansione della democrazia borghese siano “quasi” la stessa cosa. In teoria, quindi, l’espansione economica in senso capitalista dovrebbe accompagnarsi ad un’espansione della democrazia. Non è detto che le due cose debbano procedere parallelamente, anzi spesso hanno uno sviluppo temporalmente sfalsato, nondimeno sono in ogni caso fortemente interconnesse. E sempre in teoria, allora anche l’espansione economica cinese dovrebbe portare, prima o poi, ad un’espansione della democrazia in Cina, o almeno dovrebbe creare tensioni sociali tali da rendere l’attuale  potere dittatoriale di assai difficile gestione.  Il problema è naturalmente capire quando.

Che il mondo debba accogliere l’espansione cinese non è solo perché, come dice l’Economist, tale espansione non è in realtà in grado di costituire una seria minaccia; piuttosto è perché favorire tale espansione significherebbe dare un aiuto notevole all’espansione della democrazia in Cina.

Ad una condizione, però, condizione di cui nel post di ieri avevo promesso di parlare. Ovvero che il contenimento del “pericolo” cinese non debba avvenire tramite il mezzo del protezionismo, a livello economico cioè, ma tramite strategie geopolitiche.

Quali siano queste strategie non sta a me dirlo, dopo tutto sono solo un povero filologo che scrive sul suo blog. Ma se proprio volete un’opinione, direi questo: favorire e accelerare in tutti i modi possibili la formazione di un’autentica democrazia in Cina tramite pressioni diplomatiche, incentivi efficaci, creazione di cultura. E per far ciò, il nostro più grande alleato non è certo il protezionismo.

Libera Cina in libero mercato - prima parte

buyinguptheworld“Buying up the world”. 

Così il titolo in prima pagina di The Economist di questa settimana. Lo accompagna un’ironica e alquanto inquietante immagine di un Mao inespressivo mentre porge una mano carica di dollari oltre la cornice del quadro entro cui è racchiuso.

Non potendo contenere il mio commento in un numero di battute consono ad un post, ho pensato di dividerlo in due parti. Questa che state leggendo è la prima, a cui seguirà una seconda domani.

L’Economist di questa settimana è particolarmente ricco e interessante, sicché mi verrebbe voglia di parlare di più o meno tutto ciò che vi si trova nell’indice. Consiglio a tutti di acquistarlo, ne vale la pena. Rimaniamo però alla Cina: è più che abbastanza. Leggendo l’articolo principale di questo issue, ho notato come alla sempre acuta analisi da parte dell’Economist sia sfuggito un importante dettaglio. Prima occorre però trovare una base comune tra chi scrive e i lettori. Riassumerò quindi l’articolo a cui faccio riferimento

L’articolo a pg. 11, “China buys up the world” (ricordo a chi non legge l’Economist che una delle particolarità della rivista è l’anonimato degli articoli) ha un sottotitolo eloquente: “And the world should stay open for business”. Vediamo perché.

 La Cina sta investendo il suo enorme capitale monetario in acquisizioni societarie all’estero. (Aggiungo io: ognuno di noi, anche nel piccolo, lo può testimoniare. Chi non conosce un bar o un negozio gestito da cinesi, magari acquistato ad un prezzo elevatissimo e senza battere ciglio, soldi sull’unghia? Si pensi alla stessa cosa, ma ad un livello ben più alto: multinazionali, grandi banche ecc… Ma torniamo all’articolo). Le aziende cinesi si stanno globalizzando per le solite ragioni: “acquire raw materials, get technical know-how and gain access to foreign markets”. Nulla di strano fin qui. Come infatti leggiamo nelle primissime righe “In theory, the ownership of a buisiness in a capitalist economy is irrelevant”. Il mercato è libero e ognuno è libero di vendere o compare quando e cosa gli pare. Non è una novità.

Tuttavia stanno crescendo nervosismo e paura legate a questo trend, al fatto che “China’s state-owned firms are on a shopping spree”.  L’opposizione dei Paesi occidentali, USA in primis, è palpabile, perché, si pensa, le aziende di stato cinesi (e che Stato…!) finiscano per dominare il capitalismo globale, assicurarsi risorse energetiche fondamentali, costituire una minaccia alla “national security”.

L’anonimo redattore dell’Economist esprime un giudizio: “That would be a mistake” offrendo una triplice motivazione: 1- “China is miles away from posing this threat: most of its firms are only just finding their feet abroad” 2- “Even in natural resources[...] it is not close to controlling enough supply to rig the market for most commodities.” 3- “Nor is China’s system as monolithic as foreigners often assume. State companies compete at home and their decision-making is consensual rather than dictatorial”. Aggiunge, inoltre, che se anche le aziende cinesi stessero effettuando queste acquisizioni non per puro profitto ma per aumentare il potere politico della Cina, finché ci saranno altre società in grado di soddisfare i bisogni del consumatore non cambierebbe nulla. Infatti, poniamo che la Cina acquisisca società legate alla produzione di energia:  in un mercato concorrenziale e libero il consumatore può sempre scegliere altri fornitori. E se la Cina “throws subsidised capitals around the world, that’s fine”, perché America e Europa possono sempre usarli, questi soldi.

L’articolo si conclude quindi con una frase che esprime il giudizio negativo dell’Economist circa le preoccupazioni protezioniste di America e Europa e demistifica l’idea secondo la quale la Cina sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale e alle democrazie occidentali: rifiutare le advances della Cina sarebbe cioè un disservizio alle generazioni future, nonché un giudizio profondamente pessimista sulla fiducia che il capitalismo ripone in se stesso.

Insomma, l’Economist riesce sempre a non dare alcunché per scontato e a proporre tesi intelligentemente controcorrente. E benché molto spesso abbia posizioni lontane dalle mie, questo solo fatto lo rende una delle mie letture preferite, così diversa dal provincialismo di molta stampa italiana, la quale spesso si pregia di essere “controcorrente” per il puro piacere di esserelo, senza minimamente capire che non è essere controcorrente che porta all’intelligenza, bensì che è l’intelligenza che porta, inevitabilmente, ad essere controcorrente. Un dettaglio apparentemente minuto, ma centrale. Ancora una volta, abbiamo solo da imparare.

Digressioni a parte, torniamo alla questione di cui ci stiamo occupando. Le tentazioni protezioniste, da parte di un potere in declino (quello americano ed europeo intendo) possono sembrare un antico e superato rimedio vòlto a conservare una supremazia politico-economica  minata dalla libertà del mercato. Quella medesima libertà così difesa ed esportata dai medesimi Stati Uniti. Sembra quindi che la dottrina capitalista accusi brusche frenate correttive a seconda delle circostanze.

Io invece credo che aver fiducia nel libero mercato sia la migliore arma contro il dispotismo cinese. Anzi, dirò di più: l’espansione dell’economia di mercato cinese, se sul breve periodo possiede l’ombra della minaccia, potrebbe al contrario rivelarsi determinante nel progresso della democrazia. In altre parole: non cedere al protezionismo può creare le basi della democrazia in Cina, può cioè creare una “libera Cina in libero mercato”. Ma ad una condizione.

Allora, com’è che non dovremmo avere paura dell’espansione cinese ma, in un certo senso, supportarla? Com’è che l’espansione cinese potrebbe portare democrazia? Qual è questa condizione?

 Be’, abbiate pazienza fino a domani: segnatevi un promemoria, tornate a leggere questo blog e lo scoprirete.

continua…

L’articolo dell’Economist a cui faccio riferimento ha anche un’edizione elettronica che può essere letta qui